BRAVO? 👏🏿 NO GRAZIE! ðŸ‘ŽðŸ¿

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Photo di Tania Buccoliero Pantarei

Bravo? No, Grazie!

Quante volte diciamo “bravo” ad un bambino solo perché soddisfa una nostra richiesta? E se invece di un bambino fosse un adulto, lo diremmo lo stesso? Probabilmente “grazie” ci verrebbe più naturale e frequente: di fatto la gratitudine viene riservata agli adulti, nei bambini diviene una questione di merito.

D’altro canto vogliamo che i nostri figli siano o diventino persone riconoscenti, e quindi è necessario che li circondiamo di riconoscenza così che possano assorbirla. Noi genitori siamo in prima linea, abbiamo i loro occhi e le loro antenne costantemente puntate su di noi, e pronunciare la parolina magica, “grazie”, va sempre bene perché è uno dei modi più semplici per manifestare riconoscenza.

Invece quel “bravo” che segue l’obbedienza, come la caramellina ad un cane ammaestrato, non è una cosa che voglio dare ai miei figli. “Bravo” è una parola troppo carica di significati per utilizzarla alla leggera: è anzitutto un giudizio e diventa fin troppo facile, volta dopo volta, che una mente dinamica e associativa come quella dei bambini lo leghi a doppio filo all’obbedienza. Se obbedisco allora sono bravo. Non voglio trasmettere questo. Desidero coltivare il pensiero critico, e non credo che un individuo sia più o meno bravo perché obbedisca: uno è bravo se compie azioni positive, meritorie. È la “volontà di bene” di un azione che rende chi la compie bravo, non l’ubbidienza in sè.

Secondo, è abbastanza probabile che, se uno è “bravo” perché obbedisce, diventi “cattivo” se non lo fa. Anzi, seguendo le regole della logica classica (i tempi spensierati del liceo, ve li ricordate?) questa affermazione è proprio vera. Ma non è la logica che mi interessa, quanto la sana crescita emotiva degli abitanti del futuro: così piccoli (ma mentalmente più attivi di noi) non voglio corrano il rischio di sentirsi “cattivi”, o “non buoni”, o sbagliati.

È pur vero che i bambini devono imparare molte cose, che vanno guidati verso la Vita, introdotti in innumerevoli processi e per farlo i genitori danno consigli, raccomandazioni, ordini e pongono regole e limiti che (vogliamo sperare) è meglio siano rispettati; generalmente è quindi bene che i figli obbediscano, nessun dubbio a riguardo. Vorrei però che obbediscano per le giuste motivazioni, che per me sono anzitutto che comprendano il lato positivo e costruttivo del mio messaggio, e siano d’accordo. Secondo perché si fidano di me, che in fin dei conti potrei benissimo essere un essere umano fra miliardi capitato a caso nelle loro vite. Quindi per me occorreva semplicemente qualcos’altro per comunicare la mia approvazione quando una mia richiesta veniva ascoltata, qualcosa che descrivesse le mie sensazioni, che riguardasse me (che venivo ascoltato) e non loro.

All’inizio del percorso non ero per nulla conscia di cosa non andasse né tantomeno cosa mi servisse. non era tutto così chiaro come adesso, dopo qualche mese-anno di ascolto interiore, ragionamenti, tentativi; a dire il vero al principio è iniziata come una sensazione di fastidio molto leggera ogni volta che pronunciavo quel “bravo” se Mete o Rumi (Alma era ancora fra le stelle) eseguivano un mio comando: come quando si storce un po’ la bocca, si deglutisce inconsciamente, ci si guarda intorno per controllare che tutto sia ok. Piccoli indizi, sensazioni del corpo, smottamenti emotivi, a livello poco più che percettibile. Ci ho messo un po’ a capire, con la parte razionale, cosa non quadrasse. Il lampo di genio mi ha colpito durante un viaggio (vedete, aprono la mente. Qui  e qui godetevi alcuni racconti di viaggio) quando una anziana signora, confido piena di buone intenzioni, ha offerto una caramella a Mete in cambio di un bacio 😱 !!! Ovviamente lui si è rifiutato e la signora ha replicato: “allora non sei bravo, sei cattivo” !!!!  

Vedendolo in un altro ho riconosciuto subito l’errore: dare un giudizio di merito ad un persona, positivo o negativo a seconda che soddisfi una nostra richiesta o esegua un nostro comando. In quel momento ho capito anche la ragione della mia ansia latente quando dicevo “bravo, hai messo a posto”, o “bravo, sei stato fermo mentre ti ho cambiato” o ”bravo che mi hai ascoltato”. Ho quindi deciso, con cuore fermo di donna e di mamma, che non avrei mai più detto bravo ai miei figli in quelle occasioni. Me lo son posta come principio. E mi son trovata senza qualcosa da dire per comunicare come mi sentivo a essere ascoltata, a ricevere la loro fiducia e vedere i miei messaggi recepiti . Che cosa potevo usare? Le prime volte me ne stavo lì zitta, e proprio che mancasse qualcosa lo sentivamo tutti: allora provavo a fare un bel sorriso, davo un bell’abbraccio, una carezza. Ma volevo anche verbalizzare, son fatta così.

La verità, ancora una volta, mi ha teso la mano: “Sai – ho detto la prima volta – “sono sollevata che mi hai ascoltata subito perché sono un po’ stanca e sarebbe stata dura ripeterti di venire a mettere il pigiamino tante volte” .

“Mamma, cosa vuol dire sollevata?”

“Che sono felice e contenta”

È venuto a darmi un bel bacio, così, perché mi aveva fatta contenta.

Quindi di volta in volta sono stata sollevata, felice, contenta, GRATA. Ero proprio grata, riconoscente ogni qual volta questi esseri umani si fidavano di me a tal punto da fare quello che dicevo loro. E quando sei riconoscente dici GRAZIE.  E così ogni giorno mi sono ricordata, a volte sforzata, di dirgli grazie quando mi ascoltavano. Mi sono allenata contro quel retaggio che ti porta il “bravo“ sulle labbra: col passare degli anni sento tuttavia che è sempre più debole, sbiadisce portandosi via anche la pretesa di essere obbedita, così insita nel ruolo di genitore. I bambini al loro posto, di piccoli, fuori dal club dei grandi, che ha il diritto di voto (noi donne lo abbiamo conquistato nemmeno un secolo fa). Non fa per me, io sono per l’inclusione. Si attenua sempre più questa abitudine oramai vecchia e lascia il posto ad una nuova concezione basata sulla cooperazione, ad una relazione basata sulla fiducia e la comprensione reciproca. I ruoli ci sono sempre, la responsabilità del genitore non cambia, le regole e i limiti son sempre validi, ma lo spirito è diverso, migliore, da “adulti”.

Dire grazie e mostrare riconoscenza non basta, tuttavia. Sono spugne, lo scrivo spesso. Vale anche per noi adulti: è così che tutti noi assimiliamo, che impariamo la vita. Allora trovo il tempo per dare fiducia a mio figlio, se voglio che sia in grado di darla a me. Non mi lascio sfuggire le occasioni per obbedire alle loro richieste, per essere a mia volta ascoltata. Se non sono d’accordo provo a spiegare le mie ragioni, e son capace di trovare spesso un punto d’incontro; son capace anche di cedere, di cambiare idea, da tanto mi fido (richiesta permettendo, ovviamente). Col tempo ho notato che i miei figli mettono in pratica questi schemi o pattern di comportamento che hanno vissuto al contrario e quindi, ad esempio, mi sento dire grazie quando esaudisco una loro richiesta e i nostri “scontri”, inevitabili, sono rari, sempre più riusciamo ad elaborare insieme una soluzione win-win. E provo gioia profonda, perché vedo vicino a me l’umanità che vorrei, sempre meno violenta, sempre più inclusiva, rispettosa, aperta senza pregiudizio, capace di cambiare in meglio, fiduciosa.

A proposito, Bravo lo dico ancora, ma quando li vedo fare un bel salto, salire su un albero “difficile”, aiutarsi l’un altro, condividere l’ultimo dattero o giocare a turno con il giocattolo del momento.

Rainbow Hugs 🌈 01-05-2020

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