ESSERE VEGAN 🌿 IL MIO PENSIERO ðŸ¤“

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Diversi anni fa ho fatto una scelta. Una scelta etica. Una scelta che ha cambiato radicalmente il modo in cui mi approccio alla vita. Da allora nulla è stato più lo stesso. Allora l’etichetta nella quale mi riconoscevo era costituita dalla parola Vegan. Oggi la utilizzo ancora, anche se in fondo  ha perso il suo significato. Cerco di chiarire: sono ancora “vegan”. Lo siamo tutti qui, in casa nostra: io, il mio partner e i nostri figli. Però se non mi piacevano da ragazzina, ancor meno mi piacciono oggi, le etichette. Come possiamo racchiudere l’essenza di una persona, i suoi credo, i suoi ideali, i propositi, gli sforzi, etc in una sola parola? Impossibile. Questa parola mi è servita e mi serve tutt’oggi per spiegare in modo “veloce” cosa e chi siamo, ma spesso mi va stretta. Così come non mi riconosco negli atteggiamenti di alcune altre persone che utilizzano la stessa etichetta.

Nel percorso che ho vissuto in questi anni, ho visto un po’ di tutto, ed ovviamente le incongruenze umane, i conflitti, le incomprensioni, gli errori, si evincono anche nel mondo vegan. E vi dirò: mi danno anche più fastidio che nel mondo “normale”. Perché chi predica in un modo, non può comportarsi all’opposto. Ho vissuto anche io gli stadi della veganizzazione. Per esempio quando scopri che hai vissuto tutta la tua esistenza nell’ignoranza e nella menzogna, ti incazzi. Provi una rabbia feroce, verso te stesso e soprattutto verso la società. E ti pare impossibile che la fuori, quando spieghi cosa – anzi chi- si nasconde dietro una bistecca, dietro un bicchiere di latte o un uovo alla coque, ti sembra irreale che chi hai di fronte non si indigni e smetta di mangiare immediatamente sofferenza, soprusi e morte. E così cerchi di veganizzare il mondo, racconti la disperazione, ti prodighi a diffondere con immagini, video, letture e quant’altro quello che hai scoperto. Il che va benissimo. Ma non vanno bene le aspettative e la rabbia che deriva dal realizzare che la fuori gli altri non cambiano. Il fatto è che una questione personale. E come ogni crescita, come ogni comprensione, la può fare solo il soggetto interessato. Finché l’interruttore non scatterà nel suo cervello, gli altri non potranno fare nulla. Tu puoi diffondere informazioni, ma non puoi pretendere nulla dagli altri.

Non puoi cambiare il mondo, puoi solo cambiare te stesso, e attraverso questo si, poi lo puoi cambiare il mondo. Questo concetto mi è stato ben chiaro fin da subito. In passato ho avuto a che fare con associazioni e volontari molto aggressivi, che insultavano chi non cambiava come erano cambiati loro (che poi, se ti comporti così, sei cambiato davvero?) … oppure basti pensare agli insulti da social…. quante volte sotto tristi e reali post di sofferenza animale ho letto commenti del tipo “umani bastardi dovete morire, ti auguro la morte ” e via di questo passo. Io intuisco le motivazioni, il fatto che vedere tanta sofferenza provochi la rabbia, ma essere “vegan” dovrebbe significare essere compassionevoli con TUTTI. Inoltre, inutile insultare chi ancora mangia carne etc, del resto tu che li insulti fino all’altro ieri cosa mangiavi? E’ una colpa? E’ tua? Della società? Le risposte sono mutevoli e variegate, l’argomento è vasto e pieno di contraddizioni. So solo che con l’occhio per occhio divennero tutti ciechi. Inoltre so che il vero, grande sforzo è fare un lavoro alla base. L’umanità ha bisogno di un cambiamento radicale. Dove capire come gestire le emozioni, dove imparare a sentire e vivere nella compassione, nell’amore per il diverso, nella capacità di sostenersi nella crescita. A non giudicare. Non supporre. Non proiettare sugli altri i propri pensieri. Inoltre le rivoluzioni necessitano di tempo, e qualche generazione non sono che una manciata di secondi nell’eternità del pianeta.

Con gli anni , mi sono resa conto anche di quanto essere vegan sia, allo stato attuale del pianeta, un privilegio per chi se lo può permettere. Del resto gli allevamenti intensivi e i metodi mostruosi con cui vengono allevati, stuprati, sfruttati e uccisi milioni di animali non avvengono di certo dove  le persone soffrono la fame, ma succede nei paesi industrializzati. Vai a chiedere di diventare vegan alle persone che vivono in Sudan per esempio… Quello che voglio dire è che anche se è la strada giusta da un punto di vista etico e morale, lo è quando è contestualizzato, perché anche la geografia fa la differenza. Se fossi una mamma yemenita o siriana con un bambino sottopeso, ferito o sofferente e mi offrissero del latte in polvere, della carne, o quant’altro,  non credo che la mia morale prevarrebbe. Che ne sappiamo noi della disperazione di chi è povero per davvero? Che ne sappiamo noi della disperazione di chi subisce una guerra? Che ne sappiamo noi della disperazione di vivere in un luogo dove l’unica cosa che puoi fare- se la puoi fare- è fuggire?

Il fatto è che quello che accade nei paesi sviluppati è governato dalla peggiore delle divinità, il dio denaro, che muove velocemente milioni di fedeli ed è  capace di dividere le acque della morale e dell’etica in maniera così efficiente e subdola che ti fa dimenticare – sempre se te l’ha mai insegnato- che il latte ogni mammifero lo fa per i suoi cuccioli, che i maiali non vivono felici nelle fattorie per poi auto immolarsi per i tuoi barbecue. Inoltre, io so che contribuisce alla sofferenza di quelle che persone che, volenti o nolenti, non potranno scegliere se essere vegan o meno e che anzi, subiscono fame e miseria a causa del nostro benessere. O che sono vittime del cambiamento climatico, causato in larga misura anche dagli allevamenti animali.

Negli anni inoltre, mi son ritrovata più volte a far fronte alle contraddizioni dell’esser vegan. Per esempio negli ultimi anni, forti della consapevolezza di come il mondo sia al collasso, una delle cose a cui teniamo molto è CONSUMARE SEMPRE MENO. Ci sforziamo di farlo in tutti i settori, uno dove ci riesce molto facile, è per esempio l’abbigliamento. Anche dopo esser diventata vegan ho tenuto scarpe che possedevo precedentemente e che erano in pelle. I miei figli non hanno quasi mai scarpe nuove, se le hanno sono di marchi etici e sostenibile, altrimenti 2 paia su 3 sono riusate. Per lo più usiamo scarpe da ginnastica e stivali di gomma. E si, a volte le scarpe sono di pelle. E’ meglio? Peggio? Non lo so, per noi attualmente è la soluzione più etica . Per il pianeta che ha già prodotto tante cose, per l’animale, che ha già sacrificato la sua vita, per l’inquinamento, che le scarpe di “ecopelle” a meno che non siano di brand virtuosi sono sostanzialmente derivati del petrolio. A volte per esempio mi sembra che vi sia una psicosi vegan per la quale le persone hanno necessità di trovare la certificazione Vegan su una passata di pomodoro (dove magari invece bisognerebbe preoccuparsi di più di verificare che sia bio e fairtrade)...Mi sembrano un po’ delle fobie che vanno ad alimentare la possibilità di lucrare di alcuni su un stile di vita che invece dovrebbe rappresentare un cambio radicale di fronte al sistema, e non solo in tavola. E poi, cosa è meglio in alcuni casi? Io certe domande me le pongo.. per esempio, le api stanno scomparendo. E quindi, cosa è meglio? Sono meglio delle candele in cera d’api biodinamica, che significa che le api sono tenute da apicoltori attenti ed etici, che si preoccupano di aiutare le api a tenere insieme il loro sciame, e che fa questo scambio dove prende parte del miele e della cera? O sono meglio delle candele in soia, magari coltivata con pesticidi che poi uccidono le api, noi, piante e altri animali? Sono meglio candele sintetiche, che provengono da un sottoprodotto del petrolio? Ecco io credo che per bene che si faccia, è bene ponderare che ci sono diverse scelte e non sempre corrispondo a ciò che vorremmo davvero, ma sono il meglio che possiamo fare in questo mondo complesso. Sono compromessi, necessari a mio avviso, in questo momento di transizione nell’evoluzione umana.

La natura cosa ci insegna? In natura non esiste quella che noi chiamiamo compassione, esiste però un delicato ma quasi perfetto equilibrio. Ogni animale ha il suo ruolo, ogni pianta, fiore, minerale, evento atmosferico, tutto esiste con uno scopo e un sistema. Tutto è connesso, vibrante, non vi è nulla che vale di più o di meno di un’altra cosa. Che è come dire che ci si ringrazia a vicenda del fatto di esistere, poiché la vita in natura è DIFFICILE e questo non lo possiamo negare. Facile filosofeggiare dal divano davanti ad un pc. Penso che vi sono stati tempi e luoghi, i Nativi Americani sono un ottimo esempio, ma anche gli aborigeni Australiani, dove gli uomini erano profondamente connessi e in contatto con l’essenza più reale e profonda dell’esistenza umana e dunque avevano anche un equilibrio con la natura che li circondava. Essi stessi erano NATURA. La loro vita, non dettata dall’avidità o dall’egoismo, veniva celebrata nel matrimonio dell’ambiente circostante. A volte mangiavano anche animali. Come altri animali mangiano animali. Ma non era mai un evento che accadeva ” a caso”. O che accadeva in maniera “esagerata”. Inoltre venivano procacciati ad armi “pari”, non con sonar, gabbie, armi di precisione. C’era un profondo rispetto per la madre terra e tutte le sue creature. Ancora oggi se visitassimo delle tribù che vivono ancora in simbiosi con la natura, come le tribù amazzoniche troveremmo questo genere di approccio.Ecco, allora, che dire, io credo che potendo scegliere, sceglierò sempre e comunque di non mangiare animali e loro derivati, ma quello che ritengo ancora più importante è capire il nostro ruolo su questo pianeta così complesso, mi interessa cogliere a fondo il rispetto verso l’esistenza stessa, verso la meraviglia che provo di fronte ad un essere, Gaia, che vive ed evolve da 5 miliardi di anni.

Per concludere, penso che noi abbiamo il dovere morale di scegliere di non causare sofferenza ad altri, chiunque essi siano, persone o animali. Penso che anche tornando a vivere in comunione con la madre terra, io sceglierò sempre di non mangiare animali, perché ormai è proprio una cosa che non riuscirei a fare. Una volta scoperto che ho sempre delle alternative (almeno in questa parte del pianeta e sicuramente parlando di cibo, per alcuni punti ci sono dei dubbi tipo le candele), e che non mi è necessario utilizzare prodotti animali per vivere in salute ed anzi, per contribuire al benessere del pianeta non c’è davvero nulla che possa convincermi di vivere al contrario. Diventare quella che sono oggi è stata la scelta migliore che potessi fare nella mia vita. Seppur non ha risolto tutti i problemi della vita, o non ne garantisce ovviamente l’assenza, non posso che dichiarare che in ogni caso la mia vita è più felice, luminosa e consapevole di quanto non fosse prima ed anche il mio corpo fisico ne esce migliore. E poi ricordiamoci che non esiste la perfezione, nessuno lo è ma quello che conta è fare del proprio meglio al fine di crescere ed evolvere tutti insieme. Diffondete sempre la buona nuova del mondo vegetale e compassionevole. E poi vivete al meglio la vostra esistenza. Gli altri, ne sono certa, si aggregheranno presto.

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Photo by Pantarei Tania Buccoliero

“Così l’uomo preserva una cerchia di individui a lui più simili, che tratta con il rispetto dovuto ai propri cari e pari ai quali applica leggi etiche. Ma lascia al di fuori di ogni precetto morale tutti quelli che hanno la sfortuna di essere oltre la linea di confine. Neri, ebrei, donne, immigrati, omosessuali… c’è sempre una categoria che è altro da noi. E che di conseguenza sembra non dover godere di quei diritti che normalmente paiono scontati; il diritto al rispetto, al libero arbitrio, alla dignità, alla vita. La giustificazione, si trova nella diversità stessa, nel fatto che essendo altro da noi, scontato che non abbiano diritto ad un pari trattamento. In tutta la storia umana , c’è però stata una categoria che ha rappresentato al meglio (anzi, al peggio) il concetto di altro: gli animali.” Da l’animale ritrovato. 

Rainbow Hugs 🌈 21-11-2019

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