GELOSIA 🙅🏿: SENTIMENTO INNATO 🌸 O INDOTTO âš¡ï¸?

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Che cos’è la gelosia? E’ un sentimento che ci appartiene dalla nascita, o è un sentimento che cresce con noi, indotto dall’educazione e dal tipo di relazione con cui veniamo cresciuti? Da adulta mi sono presto ritrovata a riflettere su questo tipo di sentimento, man mano che vivevo delle relazioni nella mia esistenza. Relazioni di vario genere e natura, amicizia, amore, famigliari, e via dicendo. Man mano che crescevo, sentivo che era un sentimento malsano, che scaturisce a fronte di paure, insicurezze e voglia di delegare agli altri il nostro status emotivo. Quando sono diventata mamma, soprattutto la seconda volta, ho compreso in maniera chiara e netta un qualcosa che già negli anni avevo intuito, se non compreso, ovvero che questo sentimento non è affatto insito nella nostra natura. E’ un comportamento adulto, una emotività compromessa ed elaborata nella maniera sbagliata. Ma andiamo per passi.

Dalle mie esperienza ho capito che la gelosia è sempre legata ad un sentimento di inferiorità, mancanza, inadeguatezza a livello conscio o subconscio. negli adulti dipende dalle esperienze passate, infanzia compresa. Nella prima infanzia, in cui c’è ancora (quasi) tutto da sviluppare e le esperienze son (quasi, si pensi alle esperienze prenatali e ai loro effetti sull’individuo) tutte ancora da fare, non dovrebbe esistere nessuna forma di gelosia. e così io credo che sarebbe in un mondo perfetto, teorico, in cui dei super-genitori accudissero dei super-figli. Ma siamo umani, con le nostre debolezze e comportamenti imperfetti, per cui da genitori potremmo non essere in grado di comunicare al meglio il nostro amore, e da figli potremmo non essere in grado di ricevere tutto l’amore che ci viene inviato. Per fortuna viviamo a stretto contatto con i nostri figli più piccoli e possiamo accorgerci se e quanto si sentono amati, accettati e sicuri di se stessi. per fare un paragone, pensate che il frutto più delizioso che esista, diciamo un “mango bien madurito”, sia lì dinanzi a noi ma venga dato alla persona che ci sta a fianco. Soprattutto se siamo affamati, o lo aspettiamo da tempo, o non l’abbiamo mai avuto potremmo sentirci gelosi e arrabbiati. ma se i manghi fossero due, staremmo un po meglio, uno per uno. forse ancora un po gelosi, perché per saziarci non ne basta uno. Ma pensate ad un camion carico di mango che arriva ogni giorno e da’ la sensazione che “ce ne sia per tutti”. ecco in quel caso nessuno più sarà geloso, anche se arriva in ritardo e vede gli altri mangiare, se ne rallegrerà solamente, perché avrà la certezza che nulla gli sarà tolto, che lui avrà quello che gli servirà.

Allora occorre che come genitori portiamo alla tavola affettiva e spirituale dei nostri figli i loro frutti preferiti, in gran quantità, tutti i giorni, per mantenerli “affettivamente” sazi. Un altro punto fondamentale, fondamenta da tener sempre ben presente nell’accudimento della prole e sicuro appoggio nei momenti difficili è il fatto che i bambini sono spugne che assorbono dal mondo circostante; tradotto è molto difficile, se noi in qualche modo non trasmettiamo il sentimento della gelosia, che loro possano in qualche modo provarla. in questo caso non mi riferisco tanto a comportamenti o pensieri espliciti che facciamo di fronte ai nostri figli, ma a tutta una serie di piccoli sentimenti, atti, comportamenti che “denotano” gelosia. Così, “sentendoci” (perché hanno proprio le antenne emotive) insicuri e gelosi di qualcosa i nostri figli possono “adottare “ quel comportamento e personalizzarlo. Ma invece di scrivere di quello che non si dovrebbe fare preferisco annotare quello che ho sperimentato fa un gran bene, ovvero l’inclusione e, come sempre, il linguaggio onesto della verità.

Fin da quando son rimasta incinta per la seconda volta, abbiamo subito coinvolto Mete in questo processo. Era un bimbo di otto mesi quando la mia gravidanza con Rumi è iniziata ma noi abbiamo grande fiducia nei bambini e crediamo fermamente che loro capiscono tutto. Cosa ho ripetuto a Mete? che la sarebbe arrivato un fratellino, un compagno con cui giocare e abbracciarsi, che per adesso lo custodivo io, nella mia pancia, perché si stava mettendo in viaggio da molto lontano ed era ancora molto piccolo, e come tutti i piccoli andava protetto, e gli piaceva stare al caldo e nell’acqua; però anche se era piccolo ci poteva sentire, anche se non aveva ancora le orecchie, che sarebbero cresciuto dopo, ci sentiva con tutto, con me, attraverso me. sentiva le nostre voci, le nostre carezze, anche i nostri pensieri.

e così, probabilmente ogni giorno,  più volte al giorno, ogni volta che lo sentivo io che lo aspettavo, lo raccontavo a lui, come una confidenza, un parlare a me stessa. e il mio corpo, compagno fedele, mi aiutava a raccontarmi, illuminando la mia pelle, arrotondando le mie forme, facendo crescere la pancia. Vedi, amore mio, cresce il fratello o la sorella che sta arrivando, che ci ha scelto dalle stelle, diventa grande qui dentro di me. vedi come è cresciuta la pancia, è lui che se ne sta qui dentro e nuota, come fai tu al mare, dentro di me, come hai fatto anche tu. e quando un bambino ama la sua mamma, cioè sempre, può non amare qualcosa che viene da lei, una parte di lei, che ha visto crescere pian piano? E poi , durante la gravidanza di alma, a Mete e anche a Rumi ho raccontato questo. Anche nei momenti più duri, come quando l’anno scorso son rimasta a letto dopo alcune perdite per dieci giorni, e per mesi ho avuto la pressione bassa, spiegavo che la mamma si dà tutta, per far crescere una sorellina o un fratellino. e  che la pressione è bassa perché il sangue va nella pancia, è il fratellino che cresce e mangia tantissimo, e questo è bene!

Gli domandavo cosa preferivano, e che giochi avrebbero fatto insieme.Prendevo il libro della gravidanza e guardavamo insieme i disegni, confrontavamo le pance con la mia. La verità non ha bisogno di inventare nulla: una manina sulla pancia da quando si sentono i primi movimenti, due occhi attenti che si illuminano quando sentono che “qualcuno”, il fratellino o la sorellina, risponde alle carezze. Le fotografie delle ecografie, poche, che rendono  tutto ancor più vero e reale. E tanti paragoni, e ricordi di quando li aspettavo loro , che adesso erano cresciuti ed erano usciti.La pancia grossissima, il bambino che oramai si “vede”, il disegno sulla pancia fatto dal papà, il culetto che “si sente”, la pancia che cambia forma quando il bambino si gira: tutto trasmette a chi è già fuori che chi arriverà arriverà dalla mamma, sarà fatto di lei, da lei, esattamente come ha fatto con lui, che adesso è già un po più grande.

Travaglio e parto sono la naturale conclusione, l’anello che collega la mamma alla vita nuova. i miei figli hanno sempre avuto la possibilità di assistere al parto. Con Rumi Mete mi ha fatto da ostetrico, porgendomi l’acqua fra una contrazione e l’altra: era lì, quando è nato il fratello. è stato uno dei primi a tenerlo in braccio, dopo , sul divano di casa. lo tiene la mamma, lo puoi tenere anche tu, è la nostra famiglia che si allarga, e di cui ci prendiamo cura. Con Alma invece ha preferito strenne in giardino perché “aveva un emozione grande”, e poi è venuto a vederla quando era pronto. I primi giorni, le prime settimane del neonato impegnano assai la mamma, che sia fisicamente che emotivamente e spiritualmente è solitamente portata e insieme ha il dovere di concentrarsi sul nuovo arrivato: certamente, ma un cuore di mamma ha spazio per tutti, e come dice una famosa poesia “…una palabras, una sonrisa bastan, e jo soy alegre…”.

Cuore, e testa. Per quei primi tempi io consiglio di preparare gli altri figli in anticipo, al solito raccontando la verità, di modo che l’impegno della mamma sia “nell’ordine delle cose”, abbia un contesto, motivazioni, insomma che possa venir compreso e non sia percepito come un cambio improvviso, aleatorio, scombussolante. La mamma, dopo un parto ben riuscito, sente in sé la leonessa, è innegabile. ma anche le leonesse , in gruppo, stanno meglio. Così è favorevole che in quei primi tempi, oltre alla preparazione e alla condivisione con gli altri figli, ci possa essere qualcuno che trascorre tempo, magari più del solito, con i più grandi. Nel nostro caso era Matteo, ma qualsiasi persona che riesca a stabilire un legame con i nostri figli penso possa andare bene. In questo modo i bambini, impegnati in qualcosa di diverso, hanno meno possibilità di sentire la “mancanza” della mamma.

E non dimentichiamoci il fatto che i bambini assorbono dall’ambiente circostante,e noi , la loro famiglia (comunque sia composta), siamo il loro ambiente più prossimo e più potente. Le nostre cure verso il neonato, le coccole, fermarsi a guardarlo mentre dorme, con in braccio gli altri fratelli, descrivere cosa ha di bello chi è appena arrivato e chi c’è già sono tanti esempi che , ripetuti, entrano nel cuore e delineano un modello di comportamento. ci saranno bambini più ricettivi, come il nostro Rumi, che tutte le mattine al risveglio va a salutare Alma, a darle un bacio, a dirle una parola. La condivisione resta dunque la mia soluzione preferita: fare il riposino insieme, stare vicini non appena è possibile, anche per poco. un abbraccio più del solito, un invito a leggere un libro o a una passeggiata , il cosleeping. questi gesti letteralmente costruiscono legami profondi, solidi.

Un altro potente strumento per costruire fiducia sono i giochi ed in particolare l’acroyoga, in cui chi vola si affida alla base, che lo sorregge ed ha la responsabilità di non farlo cadere, portarlo in alto senza stringerlo, lasciandogli libertà. una metafora ineguagliabile della vita, provata sulla propria pelle, sentita da tutte le cellule. quindi , piedi sulla pancia, noi a fare da stopper, e via che si vola e ci si scambia i ruoli. anche portare in braccio i fratelli aiuta molto, fa sentire potenti e protettivi i portatori, e protetti e accettati i portati. Per condividere ovvero perché nessuno resti senza ci sono infinite occasione. pensiamo ai compleanni, giorno speciale per eccellenza: il festeggiato è al centro dell’attenzione e riceve dei regali: noi un dono riteniamo giusto lo ricevano anche i fratelli del festeggiato; mentre la storia, la torta preferita, la corona sono esclusivamente, almeno all’inizio della festa, di chi fa gli anni.

Rare volte mi è capitato di scorgere nei miei figli maggiori uno sguardo strano, come un dubbio inespresso, una perplessità affiorante, una prototipo di sensazione che ho interpretato come un abbozzo di gelosia. Allo stesso modo di quando, da neonati, cadono e , più stupiti che altro, ti guardano per capire se devono ridere o piangere: ecco lì la fortuna del genitore, la mano tesa di questi umani che non smetteranno mai di crescere e formarsi, ma che in questi anni hanno così fiducia in noi da chiederci: come devo prendere quello che mi è successo, quello che sto sentendo?  è bene o male?

é bene figlio mio, perché viene da te.

stringiamoli forte allora, perché la fiducia incondizionata è merce rara, accogliamoli. Se anche fosse gelosia, vorrà dire che le attenzioni che diamo al nuovo arrivato in qualche modo mancano a chi c’è già: prendiamoci allora, appena possibile, il tempo che ci serve per fargli sentire che ce n’è per tutti, lui compreso.

La gelosia, infine, non appartiene all’animo del bambino, ma appartiene alle proiezioni degli adulti. E se un adulto è cresciuto con un bagaglio che comprende la gelosia, ah, quale difficile futuro lo attende. Un futuro dove, proprio nel vivere l’esperienza più bella, quella dell’amore, egli proverà dolore, si farà delle ferite, vivrà sentimenti come la gelosia. Ma l’amore, anche da adulti, non deve per forza avere questo aspetto. L’amore, quello vero, non ti lega, non ti incatena, ma ti libera. Della gelosia e degli adulti, parlerò nel prossimo post su questo argomento.

To be continued ➡️

Rainbow Hugs 🌈 24-04-2020

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